
Aggiornato il 24/03/25 at 11:32 am
di Nurgul COKGEZICI———–La pace è fondamentale, così come il rispetto reciproco, la fratellanza e l’amicizia tra i popoli. Ma la fratellanza non può essere un inganno. Per troppo tempo ai curdi sono state fatte promesse mai mantenute. Per troppo tempo abbiamo sperato, creduto e sostenuto soluzioni che non sono mai arrivate. Ora dobbiamo chiederci: possiamo ancora fidarci?
In ogni relazione di potere c’è quasi sempre un carnefice e una vittima. La storia tra curdi e turchi non fa eccezione. Noi siamo stati perseguitati, repressi, privati della nostra lingua, della nostra cultura, della nostra stessa identità. E, come accade spesso nelle dinamiche di oppressione, abbiamo finito per sviluppare una dipendenza psicologica dal nostro oppressore, un legame forzato dalla paura e dalla necessità di sopravvivere.
Io stessa ho vissuto questa contraddizione nella mia vita personale. Sono stata sposata due volte con uomini turchi. Mi sono chiesta se fosse una mia personale Sindrome di Stoccolma, se il mio vissuto e le discriminazioni che ho affrontato mi abbiano portata a cercare una forma di riconciliazione. Forse l’ho fatto per proteggere i miei figli da ciò che io stessa ho sofferto. Forse ho davvero creduto nella possibilità di un’amicizia sincera tra i due popoli.
Ma la realtà ci riporta sempre alla stessa domanda: a quale prezzo?
I miei figli non si considerano turchi. Si identificano come curdi, con orgoglio e determinazione. “L’identità viene dalla madre”, mi hanno detto. È la madre che porta il figlio in grembo per nove mesi, non il padre con i suoi cinque minuti di contributo biologico. E questa riflessione mi ha colpita profondamente.
Non possiamo più chiudere gli occhi. Il popolo curdo ha diritto a esistere, ad avere un riconoscimento, a non essere più perseguitato per la sua identità. Non possiamo continuare a subire inganni e promesse vuote. La Turchia deve assumersi le sue responsabilità, e il mondo deve smettere di voltarsi dall’altra parte.
Il tempo delle illusioni è finito.